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Hermann Rorschach e l’esperimento:
all’origine del contrasto tra psicoanalisi e scienza

Francesca Locati e Marlene De Fabritiis

«La cosa più interessante in natura è l’anima umana.
La cosa più grande che una persona può offrire è guarire tali anime, anime malate»
Hermann Rorschach, 1906

Hermann RorschachHermann Rorschach (1884-1922) nel corso della sua breve vita è stato in grado di regalare alla tradizione psicologica il test più affascinante di sempre. L’essenza storica del test delle macchie si iscrive in un duraturo conflitto tra scienza e psicoanalisi, la cui radice è insita nella vita personale del suo autore e nel processo che ha portato alla nascita dell’“esperimento”. Tale dicotomia, tuttavia, riflette anche le diverse correnti della psichiatria e della psicologia di allora, che ne hanno poi disegnato il percorso storico: da un lato, i promotori di un metodo scientificamente orientato e votato all’obiettività, dall’altro, i sostenitori degli approcci umanistici mirati a rendere conto dell’unicità dell’individuo. 

Rorschach era solito esplorare la psiche umana usando metodi scientifici e allo stesso tempo l’attività ermeneutica di ricerca di significato di Freud. Il grande peso che Rorschach attribuiva al “formale” era indubbiamente connesso al lascito del padre. Ulrich Rorschach, pittore e insegnante di disegno presso la Scuola di arti applicate di Zurigo, aveva seminato il terreno per far fiorire il pensiero del figlio. Ha lasciato un manoscritto illustrato dal titolo “Formkunde”, un trattato sulle “leggi naturali della forma” che «dominano non solo l’area della forma percepibile con i sensi; governano anche nel regno dello spirito; il nostro pensare e sentire si plasma con loro» (Rorschach, n.d., p. 91).

Hermann Rorschach sin dall’infanzia si è interessato alle scienze naturali e da buon disegnatore, aveva il dono di ritrarre se stesso e le persone in movimento. I suoi interessi di ricerca erano ampi, ma si concentravano su un solo argomento: l’essere umano in tutta la sua diversità. Le sue prime sperimentazioni con le macchie d’inchiostro risalgono al 1911; vennero messi da parte e poi ripresi nel 1917. I risultati di questi esperimenti esitarono nell’opera del giugno 1921 dal titolo: «Psicodiagnostica: Metodologia e risultati di un esperimento diagnostico sulla percezione (interpretazione di forme casuali). Con il relativo test composto da dieci pannelli parzialmente colorati». Il volume illustra l’essenza del test e i principi cardine che ancora oggi ne guidano la tecnica.

La proposta rivolta al paziente è semplice: vengono presentate in ordine fisso dieci macchie d’inchiostro accompagnate dalla domanda “Cosa potrebbe essere?”. Il compito innesca un processo di ricerca interiore nel soggetto del test: la ricerca di una “immagine della memoria” che sia il più simile possibile alla “forma casuale” della macchia come un intero o singole parti. Ciò implica uno sforzo consapevole che Rorschach chiama «lavoro di adattamento», che è «percepito intrapsichicamente» come tale e quindi conferisce «alla percezione il carattere dell’interpretazione». Ciò che viene chiamato “interpretazione” è, secondo Rorschach, un «caso speciale di percezione» (ibid., p. 5-6). L'”interpretazione” data dalla persona sottoposta al test è il risultato dei suoi sforzi per trovare qualcosa che si avvicini il più possibile all’originale. Nel valutare le “interpretazioni”, l’essenziale non è ciò che il soggetto del test ha “indicato” nelle macchie, ma come queste sono state percepite e interpretate. Le domande riguardano quindi principalmente i «principi formali del processo percettivo» (ibid., p. 168). Questi si basano su un approccio scientifico che punta all’obiettività e determina la validità e l’affidabilità dei risultati. Per citare le tre determinanti più importanti: l'”interpretazione” è determinata esclusivamente dalla forma della macchia? È influenzato dal colore originale? Il paziente immagina l’oggetto in movimento? Semplificando, si può dire: le «risposte di forma» sono in gran parte una funzione della coscienza, «rappresentano» il «pensiero disciplinato». Le «risposte cromatiche» hanno a che fare con la risonanza emotiva, sono «le rappresentanti dell’affettività». Le «risposte di movimento» sono legate all’introversione e alla creatività, sono «le rappresentanti del lavoro interiore».

La questione se una “interpretazione” debba essere determinata come forma o movimento è un punto significativo. Rorschach sottolinea che nella fase di somministrazione è importante «acquisire intuizioni sulla funzione della percezione e della comprensione» (ibid., p. 7). Rispetto a ciò Rorschach discusse criticamente quella che oggi potrebbe essere chiamata procedura standardizzata: «dovrebbe essere utilizzata una sorta di procedura statistica per evitare false conclusioni soggettivistiche per analogia [da parte dell’esaminatore]; tuttavia attraverso una categorizzazione eccessivamente schematica alcune conclusioni corrette dell’analogia soggettivista verrebbero anche strangolate in anticipo» (ibid., p. 15). 

I tratti fondamentali della personalità sono desumibili dalla frequenza dei tre tipi di determinanti (forma, colore e movimento) e, soprattutto, dalla loro mutua relazione. Ciò costituisce il principio base per la valutazione delle “interpretazioni” e per il “tipo di esperienza”. La relazione tra movimento e risposte cromatiche, in termini di predominio numerico, è particolarmente significativa in quanto delinea le caratteristiche del paziente circa l’affettività, la produttività, la motilità, la relazione con il mondo esterno e adattabilità alla realtà. Rorschach distinse quattro tipi di esperienza: «introversiva» (predominanza delle risposte cinestetiche), «extratensiva» (predominanza delle risposte cromatiche), «coartata» (fortemente sfuggente dai momenti di movimento e colore) e l’«ambieguale» (numerose risposte cinestetiche e cromatiche) (ibid., p. 168-169). Queste risultanze dicono molto sul paziente: «Non sappiamo cosa abbia vissuto, ma come ha vissuto. […]. Non conosciamo le sue esperienze, ma il suo apparato esperienziale con cui riceve le esperienze dall’interno e dall’esterno, e con cui sottopone le esperienze alla prima elaborazione. [..] [Costituiscono] l’espressione del tipo di esperienza vissuta da una persona.» (ibid., p. 78). 

In “Psychodiagnostik” il materiale è costituito dai risultati di uno studio sperimentale con stimoli visivi condotto su un totale di 405 persone sane e “malate”. I principi di base per la valutazione sono di tipo formale, secondo metodi di misurazione e calcolo a cui sono combinati procedure qualitative. L’accento è posto sulle questioni formali, mentre il contenuto è marginale. A questo proposito in risposta ad una lettera di Binswanger, Rorschach chiarì (ibid., p. 114): «Le interpretazioni che portano alla luce complessi inconsci, repressi e carichi di affetti [sono] straordinariamente rare. […]Il tentativo […] non viene preso in considerazione tra i metodi per penetrare nell’inconscio. Almeno è molto indietro rispetto agli altri metodi psicologici profondi, interpretazione dei sogni, esperimento di associazione, ecc.  Ciò è comprensibile per il fatto che il tentativo non produce un contenuto libero dall’inconscio, ma richiede un adattamento a determinati stimoli esterni».

Rorschach, tuttavia, sapeva che il suo esperimento era incagliato tra due fronti sin dal momento della pubblicazione dello “Psychodiagnostik”. Il 18 giugno 1921 scrisse al collega tedesco Roemer: «Finora non sono andato bene. Il lavoro è nato da due tipi di pensiero psicologico, psicologico analitico e sperimentale. Il risultato è che lo psicologo sperimentale lo percepisce come troppo analitico, e l’analista spesso non ne capisce nulla perché si attiene al contenuto delle interpretazioni e non trova senso nel formale» (Rorschach, 1921, p. 351). 

Grazie a colleghi come Oberholzer, Bleuler e altri che condussero l’esperimento del significato della forma di Rorschach con i loro pazienti e parenti, Rorschach fu in grado di estendere il suo lavoro di ricerca. Ciò ha portato a ulteriori sviluppi del suo esperimento, soprattutto relativamente alla valutazione dei risultati e al tipo di interpretazione. In una conferenza che tenne poche settimane prima della morte all’assemblea della Società Svizzera di Psicoanalisi, lo dimostrò su un singolo caso. Qui i contenuti delle interpretazioni assunsero maggiore importanza. Esse «possono» essere significative – «soprattutto attraverso le relazioni che esistono tra “forma” e contenuto, tra il formale e il contenuto delle percezioni» (Rorschach, 1923, p. 264). Il contributo dell’inconscio nelle interpretazioni della forma è «infinitamente minore che nelle interpretazioni cinestetiche e cromatiche. […] Le interpretazioni cinestetiche si rivelano nel profondo dell’inconscio. […] Le interpretazioni cromatiche sono simboli corrispondenti ai simboli del sogno, e nell’inconscio significano altro, ma tradiscono la potente relazione affettiva di quest’altro, cioè il contenuto latente. […] Da questi riscontri puramente empirici [dovrebbero] poter essere tratti contributi essenziali per una teoria delle connessioni tra i sistemi del conscio e dell’inconscio» (ibid., p. 272-273).

Rorschach si trovò tra due fronti e costretto a scegliere una parte o l’altra: la scienza o la psicoanalisi. Gli psicologi e gli psichiatri, che si basavano principalmente su metodi scientifici, misero in dubbio il carattere sperimentale del suo “esperimento” e si lamentarono della mancanza di obiettività. Al contrario, molti dei suoi colleghi analisti non sapevano cosa farsene perché l’esperimento non si concentrava sui “contenuti” soggettivi ma piuttosto sui “principi formali del processo percettivo”. Rorschach si chiese dove cercarne le “connessioni” e in quale direzione andare, ma non ebbe abbastanza tempo per scegliere quale strada prendere. Morì, del tutto inaspettatamente, otto mesi dopo la pubblicazione di “Psychodiagnostik”. 

Rorschach ci lasciò preoccupato che il suo esperimento non venisse apprezzato da parte di molti dei suoi contemporanei. Il doppio sguardo che interrogava il suo studio si è sviluppato in percorsi conflittuali in cui il test di Rorschach ha rischiato di “perdersi”. Oggi celebriamo 100 anni di vita di questo – per molti – indispensabile strumento di lavoro.

Bibliografia

Rorschach, H. (1921). Psychodiagnostik: Methodik und ergebnisse eines warhrnehmungsdiagnostischen Experiments (deutenlassen von zufallsformen) (Vol. 2). Berna-Lipsia: E. Bircher. 

Rorschach, H., (1923). Zur Auswertung des Formdeutversuchs für die Psychoanalyse. In E. Oberholzer (A cura di), Festschrift für Eugen Bleuler, contenuto in Zeitschr Ges Neurol Psychiatr.; 82:240-74.

Rorschach, H., (2004). Briefwechsel. A cura di C. Müller, R. Signer. Berna: Huber.

Rorschach, U., (n.d.). Formkunde [Manoscritto redatto a mano]. Rorschach-Archiv, Inst. für Medizingeschichte, Berna; Rorsch HR 1:7.