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Titolo del libro: Sviluppi della clinica transculturale nelle relazioni di cura

Autore: Maria Luisa Cattaneo, Sabina dal Verme
Contributi di: A. Banis, P. Bevilacqua, M. Breda, C. Bruni, E. Conti, I. Finzi, M. Gianformaggio, F. Grosso, S. Noris, I. Oltolini, C. Parravicini, A. Pellizzer, B. Rubino, K. Scorzelli Vergara, S. Sharley, E. Zampella.

Anno di pubblicazione: 2020

Editore: Franco Angeli

Pagine: 281

Cosa leggiamo?

Noi ci siamo formati una pelle o involucro culturale
la nostra cultura interiorizzata è coerente con quella esterna
la nostra formazione professionale è tutta interna alla visione occidentale
del mondo, della storia, della biologia, della medicina, della
psicologia
le persone migranti ci rimandano una visione diversa del mondo
sentiamo “messa in discussione” (minacciata) la nostra pelle culturale
i nostri strumenti professionali “vacillano”.

 


L’approccio transculturale utilizza come modello quello ispirato all’etnopsichiatria francese (T. Nathan e M.R. Moro), che mette in atto modalità terapeutiche basate sull’integrazione fra approccio psicologico e approccio culturale; ogni cultura ha rappresentazioni diverse della salute e della malattia e ha proprie modalità di cura: i migranti hanno bisogno di una presa in carico che tenga conto della dimensione culturale della loro sofferenza psichica e dei loro disagi relazionali. Allo stesso tempo gli operatori hanno bisogno di strumenti mirati e specifici che permettano loro di rispondere ai bisogni diversi dei migranti.

Dobbiamo considerare che ogni processo di cura non è neutro, ma culturalmente segnato. Nel rapporto con un paziente italiano alcuni aspetti impliciti della cultura del curante rimangono sullo sfondo perché sono condivisi con chi chiede la cura; quando parliamo con una persona che viene da un altro paese gli edifici culturali non sono condivisi e spesso fanno paura. Per esempio, invitare il papà a entrare in sala parto è un atto abbastanza nuovo anche nella nostra cultura. A maggior ragione, gli uomini che provengono da paesi dove la gravidanza e il parto sono “affari da donne” rimangono traumatizzati da questa richiesta e negli ospedali il loro rifiuto viene connotato in modo negativo, come disinteresse dell’uomo nei confronti della moglie e del figlio.

Nella clinica transculturale si auspica una posizione di decentramento culturale: il clinico deve saper cogliere che l’altro è portatore di elementi culturali che hanno una loro logica e possono essere capiti. Inoltre, deve saper riconoscere il proprio controtransfert culturale, cioè le proprie contro-attitudini culturali. Infatti, il clinico, sia esso psicologo o medico o altro, deve abituarsi a leggere e a essere consapevole delle proprie reazioni davanti all’alterità culturale. Spesso queste reazioni sono caratterizzate da aspetti difensivi che sono del tutto normali, ma che possono essere analizzati e utilizzati come materiale di lavoro.

In continuità con la pubblicazione del 2009, Crinali pone uno sguardo attento sulle famiglie migranti con minori in difficoltà con particolare attenzione al contesto scolastico, alla tematica del trauma nelle seconde generazioni, dei rifugiati richiedenti asilo e della violenza di genere sostando anche sui contenuti più “classici” legati alla valutazione personologica e alla mediazione linguistico-culturale. Questo testo rappresenta una bussola per tutti coloro che si muovono in contesti transculturali.

Negli ultimi anni i servizi della clinica transculturale della Cooperativa Crinali sono stati aggiornati sulla base delle considerazioni cliniche sviluppate a partire dalle problematiche emergenti. Prima fra tutte la difficoltà dei figli delle famiglie migranti: alcuni di loro vanno male a scuola, altri soffrono di mutismo selettivo, molti adolescenti sono in conflitto con la famiglia. A volte intervengono i servizi sociali e il Tribunale per i minorenni, che spesso prescrivono percorsi di assessment e valutazione della personalità e della genitorialità. Ma con i genitori migranti test e strumenti diagnostici vanno rivisitati, come il libro propone, per renderli sensibili alle differenze culturali.

Anche l’arrivo di persone rifugiate e richiedenti asilo pone nuovi interrogativi. Quali setting e quali strategie di cura possono alleviare il peso delle loro storie traumatiche? Infine, due fili rossi attraversano i capitoli. Il primo è l’attenzione all’impronta patriarcale di tutte le culture: sostenere le donne nel loro bisogno di essere rispettate e valorizzate diventa cruciale durante la maternità e nelle situazioni di maltrattamento. Il secondo è la metodica costruzione di un lavoro interprofessionale coerente e solido, che riunisca cure mediche, attenzione psicologica e sociale e mediazione linguistico-culturale.

Strumento prezioso, ricco di casi e testimonianze, questo testo dovrebbe essere letto da tutte le persone che a vario titolo operano nell’ambito della clinica transculturale, nel senso più ampio del termine.

Tre parole che rimangono

Intraculturale: medico e paziente appartengono alla medesima cultura e il medico sa che la dimensione culturale è importante e la utilizza nella relazione terapeutica.

Interculturale: medico e paziente provengono da due culture diverse, e il medico conosce la cultura del paziente e la sa utilizzare nella cura.

Metaculturale: medico e paziente provengono da due culture diverse, il medico non conosce la cultura del paziente, ma conosce l’importanza del fattore culturale nella costruzione dell’esperienza e sa come tenerne conto nella relazione terapeutica.

Non ci resta che...

Ragionare ed aprirci ad una visione orientata al decentramento culturale costituito da due consapevolezze: quella non semplice, che tutti i propri strumenti professionali (le teorie, i metodi, i setting…), sono imbevuti della cultura in cui sono stati concepiti; e quella che il discorso del paziente ha un suo senso e una sua razionalità, anche se in quel momento è difficile da comprendere per lui/lei.

Questo articolo è stato reso possibile grazie al prezioso contributo
della libreria “Linea d’ombra” di  Milano.