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COMUNITÀ TERAPEUTICHE. STORIE DI LAVORO QUOTIDIANO

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Il 12 dicembre, presso la Casa della Psicologia, Piazza Castello, 2, Milano (Metro linea 1 – fermata “Cairoli – Castello”), dalle ore 10:00 alle ore 12:00 avrà luogo la presentazione del libro “Comunità Terapeutiche. Storie di lavoro quotidiano” a cura di Giovanni Giusto, Carmelo Conforto, Roberta Antonello. L’evento è gratuito e aperto a tutti gli interessati, per maggiori informazioni scrivere a centroscpinfo@gmail.com.

Vi introduciamo al tema con una lettura in chiave artistica della complessa realtà delle comunità terapeutiche di Fausto Petrella, Presidente del Centro Psicoanalitico di Pavia (CpdP), è stato fino al 2001 Presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI). Professore ordinario di Psichiatria dal 1980 al 2009 presso l’Università degli Studi di Pavia, ha diretto per anni un’Unità Operativa di Psichiatria dell’ASL di Pavia e la Scuola di Specializzazione in Psichiatria. Collabora da anni con la milanese Accademia di Brera, ed è co-direttore della rivista Gli argonauti, che ha contribuito a fondare.

Condividendo l’opinione di Giovanni Giusto il Prof. Petrella ci ricorda quanto sia difficile pronunciarsi oggi sul termine “comunità terapeutica”, e, allo stesso tempo, quanto sia importante e necessario che i gruppi di lavoro nelle varie comunità si impegnino a redigere una testimonianza di una professionalità riflessiva e critica, che rappresenti una visione sia panoramica sia di dettaglio dei molti problemi che il binomio comunità-terapia continua a porre.

INTRODUZIONE di Fausto Petrella

L’idea di Comunità Terapeutica ha avuto una storia molto variegata, che si documenta in una varietà di atteggiamenti e di pratiche. Queste si sono sviluppate quasi sempre in dichiarato contrasto con la modalità manicomiale di assistenza. E’ soprattutto quest’antitesi ad aver conferito una forma di unità sui generis ai movimenti molto eterogenei che hanno caratterizzato le trasformazioni strutturali e sociali, ideologiche e pratiche, entro le istituzioni psichiatriche, a partire dal dopoguerra. Le troviamo cioè all’incirca dalla metà del secolo scorso in Francia, in Inghilterra e in altri paesi europei, espresse nel movimento della psicoterapia istituzionale, con numerosissime varianti e con ricadute sulle pratiche reali e i criteri gestionali, clinici e assistenziali via via operanti. In Italia l’ideale comunitario si è intrecciato con le esperienze critiche e politiche degli anni sessanta, sino ad arrivare a concepire e realizzare quegli assetti ideologici e operativi che hanno condotto alla riforma legislativa del 1978, alla chiusura dei manicomi e alle lentissime e disomogenee trasformazioni terapeutico-assistenziali che ne sono seguite.

Oggi possiamo considerare il manicomio, in quanto risposta istituzionale alla malattia mentale, come un apparato superato nel nostro paese. Ma il suo intimo assetto strutturale è un’entità potenzialmente sempre risorgente, quando le istituzioni della psichiatria sono di fatto ancora impiegate per realizzare la destituzione sociale e l’annichilimento di aree gravemente problematiche, “anomale” e sofferenti della socialità e di modi d’essere ritenuti inaccettabili e intollerabili nel rapporto dell’uomo con sé stesso e con gli altri. O quando il lavoro psichiatrico si riduce al binomio diagnosi/terapia psicofarmacologica. Segue da ciò la necessità di continuare a misurare le nuove pratiche assistenziali con una gestione violenta e autoritaria di cui si sta perdendo la memoria, e che soprattutto per i più giovani operatori rischia di non rivestire alcun significato.

Chi scrive ha conosciuto dall’interno le caratteristiche altamente negative dell’ospedale psichiatrico e ha sempre sentito il dovere non solo di superarle, ma anche di trasmetterne la memoria alle nuove leve degli operatori di tutti i livelli. Una elaborazione critica di ciò che fu il manicomio è indispensabile per poter commisurare con essa le nuove esperienze assistenziali e costruirsi un’idea consapevole della psicopatologia odierna e delle nostre attuali conoscenze, nonché dell’uso che ne facciamo. L’idea di un’istituzione comunitaria – cioè di un’istituzione psichiatrica non distruttiva, di una pratica non eliminante, non annichilente, ma addirittura terapeutica – si presenta come necessario contrappeso a forme di gestione sbrigative e burocratiche, e come utopia di una socialità dai tratti positivi e capace anche di cura, di prendersi cura dei soggetti che la costituiscono. Il complesso e variegato sviluppo della comunità terapeutica, che ha avuto un’infinità di espressioni locali, è nato e cresciuto su un terreno ideologico molto fecondo. L’idea di una psichiatria della comunità e di una terapia comunitaria sorta dalla critica sociale a una psichiatria violenta, significa aver riconosciuto che un certo apparato logico e metodologico della psichiatria istituzionale aveva fatto cattiva prova, mostrando limiti e mostruosità divenuti palesi sino allo scandalo. In pratica tutte le opzioni della psichiatria, nate entro quel contesto, richiedevano di essere messe in discussione.

Ma nello stesso tempo si era venuta sviluppando una psicoanalisi delle psicosi, i cui contributi, benché limitati all’intervento di pochi pionieri, stavano a dimostrare la possibilità di un principio di dialogo e di una esperienza terapeutica con pazienti che, per definizione, erano stati considerati non trattabili, incomprensibili e ovviamente inguaribili. Contemporaneamente la psicoanalisi applicata ai gruppi rivelava processi del massimo interesse per comprendere le dinamiche sottese alle istituzioni in generale e in particolare a quelle psichiatriche. L’incontro, e talora lo scontro, fra critica sociale e politica da un lato e prassi psicoanalitica dall’altro, hanno avviato dei complessi circoli dialettici di straordinaria fecondità e hanno condotto allo sviluppo di esperienze alternative, che hanno conosciuto slanci straordinari, ma anche momenti di crisi e di caduta, sino all’oblio.

Quanto degli ideali originari delle esperienze comunitarie si sia oggi perduto, quanto sia divenuto una routine nelle odierne pratiche territoriali, quanto di tutto questo sia veramente ancora vivo, magari sotto altri nomi, e quanto sia stato mortificato da altre forme di progresso, o pseudo-progresso, scientifico è qualcosa su cui un lettore di un libro come questo deve necessariamente interrogarsi.

Sullo sfondo dell’idea comunitaria troviamo la presenza di un momento utopico, la scommessa di una socialità perfetta, il sogno di un insieme collettivo all’insegna dell’armonia, dell’intesa e del rispetto della singolarità della persona. Ma ciò contrasta con la varietà delle istanze presenti nell’uomo, molte delle quali in stridente conflitto con l’ordine e l’armonia espressa da una comunità a misura di ciascuna singolarità. L’odio, le istanze egoistiche e di impossessamento, la cieca volontà di potenza che si accompagna all’inermità umana e alle contraddizioni che scaturiscono dalla nostra essenza bisognosa, guastano il sogno di una comunità perfetta e ci riportano alla dura realtà che si esprime nelle pratiche gestionali di una psichiatria che nulla sa della persona malata e della specificità dei suoi bisogni.

Un fatto è certo: senza le idee, senza gli ideali, senza un’utopia e una fede, è difficile che si realizzi un pensiero che sia insieme critico e creativo. Ma è anche difficile pensare e desiderare di prendersi cura delle psicosi e delle persone che sono finite per le più varie ragioni ai margini o addirittura fuori dagli spazi della socialità e della cultura dominante.

Nella mia presentazione al volume “La comunità terapeutica, tra mito e realtà” (1998) mettevo a contrasto due immagini molto note e che rappresentano emblematicamente una cospicua componente generale del problema delle comunità terapeutiche: da un lato il dipinto noto come “La Città ideale”,Città_ideale_di_berlino_2la stupenda rappresentazione della scuola di Piero della Francesca. Questo dipinto fornisce l’immagine ordinata e luminosa della polis rinascimentale. Possiamo considerare quest’opera un emblema dell’ordine e dell’armonia di uno spazio sociale e culturale di grande eleganza formale, dove la partitura prospettica degli edifici rappresenta il trionfo dell’ideale scientifico e razionale di una convivenza perfetta. Riflettiamo tuttavia su un paradosso tipico della razionalità, ben noto a chi conosce l’essenza narcisistica delle psicosi e la natura paranoica dell’idealizzazione. La città ideale è a tal punto il segno umanistico dell’impronta dell’uomo sui luoghi del suo abitare, che l’uomo stesso non vi deve essere rappresentato; solo da qualche finestra socchiusa della città ideale occhieggia qualche persona.

Ciò sta a significare è che i nostri ideali terapeutici di uno spazio comunitario ottimale devono essere da noi molto elaborati e pensati a fondo, se non vogliamo che da essi scompaia, come per una sorta di allucinazione negativa, quel soggetto e quella persona, che soprattutto ci interessano nel nostro lavoro. Dobbiamo dunque commisurare questa idea di una socialità perfetta, da un lato con la realtà caotica e disumana delle nostre città odierne, e dall’altro con quei piccoli insiemi che sono le nostre comunità terapeutiche, che fanno dell’incontro, del legame, della relazione, del gioco la loro religione e il loro strumento.

Diventa allora necessario pensare a un contraltare della “Città ideale”, evocando l’altra faccia della vita collettiva, quella caotica, turbolenta e spesso micidiale. Ci soccorre allora in questa rappresentazione un altro, ben diverso e ancor più celebre dipinto, di circa un secolo posteriore. Si tratta del “Lotta tra Carnevale e Quaresima”, di Peter Bruegel (1559).Der_Kampf_zwischen_Karneval_und_Fasten_(1559) Qui la scena della piazza, lungi dall’essere vuota, è invece iperaffollata da una massa brulicante e disordinata. Spetta agli uomini e alle donne, alle loro idee e azioni, ai loro riti e giochi sociali tentare di contenere e comporre le antitesi personali e collettive anche più laceranti, riconducendole ancora alla sapienza del gioco e della rappresentazione rituale.

Nell’opera grafica del grande incisore Piranesi – arriviamo qui nella seconda metà del settecento – troviamo un’altra articolazione dello spazio sociale. L’antico e il rinascimentale coesistono con la Roma monumentale settecentesca. Entro questa commistione singolare vediamo rappresentati minuti personaggi di vario genere: mendicanti, persone affaccendate e perdigiorno. Tutte queste persone sono presenti e vivono come soverchiati dalle magnificenze dell’antico. Qui il passato più remoto convive col presente, e le vedute romane di Piranesi sottolineano questa archeologia vivente, pacifica e conturbante. Ma, sempre di Piranesi, la serie delle “Carceri di invenzione”,Carceri di invenzione Piranesi mostra in modo straordinariamente visionario e di grande efficacia gli spazi di una violenza nascosta e micidiale che coesiste con la bellezza armoniosa della superficie urbana.

Bisognerà arrivare al Novecento per trovare la rappresentazione della comunità imperfetta e disgregata, lacerata dall’odio nella “Rissa in galleria” di Umberto Boccioni,Rissa_in_galleria_boccioni_1910dove la conflittualità sociale investe il cuore dello spazio urbano e lo frantuma, costringendo a una rappresentazione vorticosa e frammentaria della confusione che ne scaturisce.

Ci vorranno infine due Guerre Mondiali perché nelle opere d’arte appaiano tagli della tela, buchi, lesioni, gocciolature di colore, che, da sempre banditi dall’arte, acquistano ora – in epoca bellica e post-bellica – un diritto di rappresentazione artistica che ormai non sorprende più nessuno. Il frammentario e il catastrofico assumono il significato di rappresentare una realtà esterna e interna che ha conosciuto gli effetti traumatici delle estreme catastrofi ambientali e mentali prodotte da una distruttività di massa e di un’inaudita violenza, divenuta luogo comune e penetrata nella coscienza di tutti. Gli esempi artistici sono innumerevoli e ci stanno sotto gli occhi.

Ho evocato queste cinque modalità così diverse di rappresentare gli spazi dell’umano, per indicare un possibile campionario emblematico di realtà insieme intrapsichiche e comunitarie, colte nella loro evoluzione nel tempo. Sono tutte rappresentazioni illustri di un possibile atlante figurato dello spazio comunitario, al quale corrispondono modalità temporali, di coesistenza e di relazione intra e intersoggettiva molto diverse tra loro. L’arte, come i nostri sogni, favorisce e rende possibile una messa a distanza e una messa in scena, necessario momento di una rappresentazione di situazioni nelle quali si è in genere immersi nella vita, ma in posizioni parziali e incapaci di una prospettiva panoramica.

L’arte come il sogno esprime il bisogno di contrapporre alla dispersione dell’esperienza la sua messa in immagine e la sua rappresentazione di una dimensione traumatica, angosciata e senza capacità di contenimento.

Siamo così entrati nel vivo dei problemi della comunità come dispositivo terapeutico che affida la sua consapevolezza e la sua efficacia alla rappresentazione, all’immaginazione del “vedere-come”, al linguaggio che non si limita a comunicare, ma si responsabilizza sulla forma dell’esperienza, sulla consapevolezza delle diverse risonanze della comunicazione tra i soggetti e sui soggetti.

Ogni discorso serio sull’esperienza comunitaria non può evitare la sua grande problematicità. Si coinvolgono qui livelli multipli, che possono riguardare l’esperienza singolare di ciascun soggetto, col suo corpo senziente, le sue caratteristiche personali, la sua visione delle cose, di sé e degli altri, la singolarità del suo sentire e del suo modo di porsi rispetto al mondo, in breve la sua soggettività alterata, che potremmo isolare e osservare con un moto di avvicinamento, uno zoom del nostro sguardo che potrebbe persino mettere a fuoco qualche aspetto della sua interiorità e addirittura del suo cervello. Ma insieme il rapporto di questo soggetto con l’ambiente circostante, con le possibilità e le alternative positive e negative più diverse che esso offre e delle quali sarebbe auspicabile poter tracciare una tipologia

Nel corso della mia esperienza professionale mi sono imbattuto nelle più diverse forme di organizzazione assistenziale. Per conoscerle, queste realtà psicosociali complesse, occorre osservarle da vicino: e non solo per come vengono descritte o lasciate nell’ombra nei libri, ma vivendo in esse e insieme prendendo da esse le necessarie distanze.

Il libro curato da Giovanni Giusto, Carmelo Conforto e Roberta Antonello ha funzioni multiple. E’ curato da psichiatri, psicoterapeuti e psicoanalisti ma è rivolto a tutte le componenti professionali attive nella comunità. Interessato alle “storie di lavoro quotidiano” cerca in realtà di fornire una visione storica dell’evoluzione dell’idea comunitaria e nello stesso tempo si sforza di fare il punto delle caratteristiche e del ruolo svolto dalle varie funzioni via via introdotte. Le diverse sezioni e capitoli del volume riguardano i vari strumenti del lavoro comunitario in psichiatria. Giovanni Giusto e i suoi collaboratori hanno così costruito una sorta di “Trattato d’orchestrazione” delle comunità, estraendolo dalle pratiche delle singole sezioni strumentali considerata una ad una. Nascono così delle proposte pratiche esemplari, desunte dall’agire e dal riflettere sul campo e descritte nella loro singolarità. Comporle assieme, utilizzarle simultaneamente tutte o in parte, dipende dal gioco tra la visione clinica e l’estro compositivo che si confronta con ciascun caso, dalla valutazione esperta dei costi e benefici, dalla disponibilità inventiva e dall’impegno che ciascuno sarà capace di mobilitare. Non si può pensare di curare solo attraverso pratiche routinarie e minimi garantiti. La sofferenza mentale, la grande angoscia, le fratture dell’esperienza richiedono metodo, ma anche invenzione non convenzionale, capacità di partecipazione risonante e quella formazione continua che solo la sistematica riflessione e la supervisione analitica può assicurare.

Il volume fornisce una testimonianza di questo sforzo di consapevolezza e di armonizzazione. Indispensabile innanzitutto per chi l’ha scritto e articolato, l’opera mostra il livello raggiunto da un’esperienza comunitaria che si è sviluppata coerentemente negli anni, correggendo costantemente la propria rotta e cercando di temperare armonicamente i suoi vari momenti. E qui il riferimento psicoanalitico si rivela un indispensabile strumento di comprensione nella cura dei pazienti e infine della stessa istituzione e di chi lavora in essa fronteggiando difficoltà di ogni genere, anche di carattere personale. La comunità terapeutica non deve curare solo pazienti, ma rinvia a un insieme capace di curare se stesso: un’idea che dovrebbe valere per tutti gli insiemi umani, esposti a un disagio istituzionale, che trova nel lavoro entro la comunità terapeutica espressioni specifiche del massimo interesse.