LUNEDì PER LEGGERE – La dinastia dei dolori

Titolo libro: La dinastia dei dolori
Autrice: Margherita Loy, 1959
Editore: Edizioni di Atlantide
Pagine: 240

COSA LEGGIAMO?
Per questo editore è obbligatorio fare una premessa sulle particolarità dei propri libri.
Innanzitutto, il libro si presenta con una copertina di cartoncino spesso, con testura ruvida che dona al volume un aspetto di qualità particolare; questo è reso ancora più vero dalla grammatura della carta, che è leggermente più alta del solito, attribuendo al libro una solidità importante.
Il dettaglio però di maggiore peculiarità di questa casa editrice è la disposizione delle tirature: ogni titolo viene stampato 999 volte con un determinato colore in copertina; sulla prima pagina si troverà timbrato il numero di serie della propria copia. Una volta terminate le 999 copie, ne vengono stampate altre 999 con un colore differente in copertina, anch’esse col il numero di serie timbrato. Questo in poche parole fa sì che il libro acquistato sia realmente un pezzo unico.
Questo editore essendo così particolare non è distribuito da tutte le librerie, e spesso non è possibile trovarlo nelle grandi catene; questo può diventare un buon motivo per andare a spulciare in qualche libreria indipendente, alla ricerca del vostro pezzo unico.

 Tornando al nostro libro, La dinastia dei dolori si apre con un passo di René Char, estratto da Poesie e prose (1962), che recita:
Vedo finalmente il mare nella sua triplice armonia, il mare che recide col suo falcetto la dinastia dei dolori assurdi (…). O tu, arcobaleno di questo lido levigatore, avvicina la nave alla sua speranza. Fa’ che ogni supposta fine sia una nuova innocenza, una febbrile spinta avanti per coloro che inciampano nella pesantezza mattutina.”
Nella pagina successiva troviamo una dedica “A mio padre”, e con queste due lievi premesse si apre il romanzo di Margherita Loy, romana, classe 1959, autrice del romanzo “Una storia Ungherese” e di libri di arte per bambini.

23 settembre 1993
Ore 10.00

È venuta a trovarmi. Si è seduta sul bordo del divano, pronta ad alzarsi.
“Togliti almeno l’impermeabile”, le ho detto.
“No, meglio di no. Carlo mi sta aspettando in macchina… si spazientisce se ritardo”. Lo dice poggiandomi la mano sul ginocchio.
“Ma sei appena arrivata. Non hai voglia di vedere la piccola?”.
“Oh, cara! Carlo e io siamo venuti in Toscana per stare insieme!”.
Lo ha detto di getto, ma nel momento in cui uscivano le parole ha abbassato la testa e ha tolto la mano dal mio ginocchio, già pentita. Per me: un colpo in mezzo alla pancia.

Così inizia la prima sezione del libro, quella dedicata a Emma e Maria, rispettivamente nonna e nipote, le due donne che accompagneranno il lettore per tutto il romanzo, nel continuo alternarsi dei capitoli dedicati alle loro storie. In questa parte verrà menzionata anche la terza donna fondamentale in questa storia, Rita, la figlia di Maria, che sarà invece protagonista della seconda e ultima sezione del libro.
Come già preannuncia il titolo del romanzo, questa è una storia di dinastia, di discendenza familiare, e del dolore antico che attraverso le generazioni sembra essere ereditato.
Già dal primo capitolo troviamo Maria alle prese con la propria figlia neonata Rita, che sembra avere una febbre da cui non può guarire, e che la madre non sa come curare. Ines, la madre di Rita, sembra essere distante e non sembra voler contribuire alla cura della piccola nipote. Queste dinamiche di distanza, freddezza e dolore sembrano però avere radici profonde e arcaiche, incistate nella memoria della famiglia. L’autrice incornicia questa sofferenza tramandata all’interno di un impianto teorico scientifico ben noto al mondo dell’evoluzionismo: si tratta degli scritti di Edelman, premio Nobel per la medicina, che vengono tradotti proprio da Maria, che leggendo le affascinanti teorie sul darwinismo neurale e la trasmissione filogenetica di alcune memorie, tenta di dare senso alla propria storia e al proprio dolore.
Quest’ultimo risale (per quanto è narrato) almeno alla nonna Emma, romana di nascita proprio come l’autrice del libro, residente inizialmente nel quartiere operaio di Portonaccio. La storia di Emma ci riporta agli anni ‘20, periodo in cui lei aveva poco più di 20 anni, era innamorata di Giuseppe, grezzo operaio di origine siciliana, e iniziava il suo primo lavoro da segretaria presso lo studio dell’ingegner Garnieri, omino piemontese 40enne devoto alla Chiesa e alla madre. Emma rimane incinta prima del matrimonio che tanto sognava con Giuseppe, proprio perché quest’ultimo in un momento di estrema aggressività ne abusa sessualmente. Sarà proprio l’ingegnere a intervenire, allontanando la giovane dalla propria umile casa nella quale si occupava delle due sorelle minori, e facendola trasferire inizialmente in un appartamento lussuoso di sua proprietà a Roma, e successivamente nel Monferrato per poter portare avanti la gravidanza in totale segreto. Emma dovrà affrontare moltissimi dolori durante l’arco della sua vita, dall’obbligato abbandono della propria figlia Giuseppina, al matrimonio forzato con l’ingegnere, al totale distacco che percepisce dai figli avuti successivamente con quest’ultimo, fino agli orrori della Seconda guerra mondiale. È anche questa una caratteristica fondamentale del libro: il racconto di un’Italia di altri tempi, in cui c’era un totale rispetto di un’etichetta di comportamento fortemente patriarcale e arcaica, in cui la donna giocava un ruolo di totale sottomissione alle decisioni degli uomini.
Nonostante questa forte componente che rende la lettura amara, l’autrice riesce a conferire al racconto una dolcezza incredibile attraverso le descrizioni dei luoghi, dei sentimenti e dei dialoghi tra i personaggi, che ricordano quasi le pellicole di Ferzan Özpetek.
Proprio all’interno di questa dolcezza si inserisce il rapporto tra Maria e la nonna Emma, un rapporto speciale che viene ostacolato in ogni modo dalla madre Ines, fredda e distaccata, ma che permette alla giovane nipote di crescere e avere un ruolo con cui volersi identificare.
Purtroppo, questo non basterà a salvare Maria da sé stessa e dai propri mostri che le sono stati tramandati attraverso l’albero genealogico. Tuttavia, ci riuscirà Rita che dopo una vita di silenzio e segreto sul proprio passato, scaverà nella propria storia familiare e riuscirà finalmente a sciogliere la dinastia dei dolori.

TRE PAROLE CHE RIMANGONO
Italia: In particolar modo nei capitoli riferiti a Emma, troviamo un racconto intriso di paesaggi, luoghi, cibi e linguaggi tipici delle diverse zone italiane. All’interno dei dialoghi troviamo in diversi momenti il dialetto romano e il dialetto piemontese, che conferisce ai personaggi una realtà impressionante. Inoltre, i continui riferimenti storici, dal delitto Matteotti, alla Seconda guerra mondiale, al delitto di Aldo Moro, fino al crollo del ponte Morandi di Genova, permettono al lettore di incastrare tutto il racconto in una cornice storica ben precisa.

Madre: Questa identità viene raccontata in diverse sfaccettature e permette di avvicinarsi alla vastissima gamma di sentimenti ed emozioni che la maternità porta con sé. Viene data voce ad alcuni vissuti e alcune situazioni legate all’essere madre che in molti romanzi viene tralasciata: basti pensare all’analisi del rapporto tra Emma e Giuseppina, figlia nata da un abuso sessuale, ma che viene amata immensamente anche se a distanza, perché viene strappata dalle mani della madre poco dopo il parto.

Memoria: Nel romanzo si parla di una memoria particolare, quella descritta dal premio Nobel Edelman, che sembra essere trasmessa attraverso le generazioni e che porta l’individuo a essere ciò che è. Affascinante come l’autrice riesca a inserire queste teorie all’interno della trama, non rendendole dei pesanti inframezzi teorici, ma facendoli raccontare dai personaggi e dalle loro vite.

NON CI RESTA CHE…
Un racconto dolceamaro attraverso la storia di tre donne, di una famiglia, dell’Italia, e della trasmissione dei dolori familiari.

Questo articolo è stato reso possibile grazie al prezioso contributo della libreria “Le notti bianche” di Vigevano, che combatte ogni giorno per portare un po’ di cultura in questo mondo.