LUNEDÌ PER LEGGERE – “Quanto blu” di Percival Everett

Titolo libro: Quanto Blu (Originale: “So much blue”)
Autrice: Percival Everett, 22/12/1956
Editore: La nave di Teseo (Originale: Graywolf Press)
Pagine: 325

COSA LEGGIAMO?
Dopo aver voltato la pagina della prima dedica “Per Melanie, che ha fatto succedere tante cose”, troviamo un primo indizio sul tema del libro, una citazione di Diane Arbus che recita “Una raffigurazione è un segreto su un segreto”. Quello che scopriremo più avanti è che questo non è solo un piccolo spoiler, ma sarà l’intera essenza di tutto il volume.

Voglio partire dalle dimensioni. Come è giusto, peraltro. Un amico matematico mi ha detto una volta, o forse due, che la dimensione si collega alla struttura costitutiva di tutto lo spazio, e al suo rapporto con il tempo. Non ho afferrato il concetto né al momento né ora, nonostante il suo innegabile e lampante fascino poetico.”: questo è l’incipit di Quanto Blu, romanzo americano che si inserisce all’interno della già vasta produzione di Percival Everett.
Con queste poche righe ci troviamo già agganciati da un linguaggio colloquiale, diretto e accattivante che trascinerà il lettore nei meandri più intimi di Kevin Pace, pittore afroamericano cinquantaseienne, sposato con Linda, e padre di April di anni 16 e Will di anni 12.

Tutto inizia da un quadro, una tela alta tre metri e cinquanta e larga sei metri e quarantasette, dipinta con diverse tonalità di blu, tra cui blu ftalo, blu Prussia e cobalto. Kevin la sta ultimando nel suo studio privato, assicurandosi che nessuno possa accedervi o possa spiarne il contenuto. È molto geloso di questa opera, diversamente dalle altre, perché racchiude un grandissimo segreto che ha a che fare con alcune sue parti profonde e non vuole che vengano svelate; per lui sarebbe come esporre la sua parte più intima. In queste poche righe vi abbiamo già parlato dei 3 grandi fili conduttori che tesseranno la trama per intero: Kevin, i suoi segreti e i colori. Questo intreccio viene intessuto su una più grande tela che è la struttura del libro, costituita da capitoli molto brevi, che prendono il nome da uno dei tre tempi narrati: il presente di Kevin, che viene nominato Casa; il viaggio a Parigi di dieci anni prima, che viene nominato Parigi; l’avventura nel Salvador che viene nominato 1979, proprio perché si situa trent’anni prima dal presente narrato.
Come abbiamo anticipato, oltre ai personaggi della storia che sono in parte differenti per ogni periodo, i secondi protagonisti della trama sono proprio i segreti di Kevin.
Nelle sezioni Casa, Kevin si racconta nella vita quotidiana con la sua famiglia, rispetto al proprio ruolo di padre e di marito. Il linguaggio che usa è sempre molto diretto, coinvolgente e ci avvolge nel suo tormento, nella disperazione di non essere stato un buon marito, di non essere stato un padre presente, di essere stato per un lungo periodo un alcolista, ma soprattutto l’angoscia di tenere dentro di sé da tempo diversi segreti che lo logorano ogni giorno di più. Come se non bastasse, viene caricato di un ulteriore segreto confidatogli dalla figlia April, che sta (segretamente per l’appunto) portando a termine una gravidanza, e ciò lo trascinerà in un dilemma: deve confessarlo alla moglie svolgendo il proprio dovere di padre spezzando l’atto di fiducia mostrato dalla figlia, o deve nascondere questa verità, mostrandosi un buon confidente e al contempo un pessimo padre? La risposta non la troverà Kevin in maniera attiva prendendo una decisione di cui rimane convinto, ma al contrario si lascerà trascinare dalla situazione, arrivando a un momento ancora più difficile del peggiore scenario immaginato. Questo modo passivo di accettare ogni situazione però non sembra essere stato sempre parte del nostro pittore, ma al contrario viene ereditato da anni di angoscia e sofferenza per questi segreti di cui parliamo dall’inizio della recensione.
Questo ci rimanda agli altri due tempi narrati. Parigi ritrova al suo interno i racconti di un viaggio di dieci anni prima, in cui Kevin e Linda si recano in Francia per questioni lavorative e durante le quali lui conosce un’acquarellista parigina di 22 anni, Victoire. Presto però è il momento del ritorno, ma sull’aereo diretto negli Stati Uniti siederà solo Linda, perché il nostro protagonista decide di rimanere a Parigi per consumare la propria infedele storia con la giovane ragazza. In questo periodo Kevin sembra vivere una vita completamente differente, nella completa beatitudine di una storia amorosa con una partner molto più giovane; quello che Kevin scoprirà a sue spese però è che la vitalità di questo rapporto non è dato dall’età anagrafica di Victoire, ma dal fatto che per la prima volta stia provando dei veri sentimenti d’amore per una persona. A questo momento della vita Kevin arriva però già guastato, già sofferente, a causa di un altro segreto che porta dentro di sé da anni; per la precisione da venti lunghi anni, periodo che risale alla sua avventura col migliore amico Richard nel Salvador, quando il pittore aveva la stessa età di Victoire.
La sezione di 1979 parla proprio di questa avventura, che forse sarebbe meglio chiamare “missione quasi-suicida”, poiché Kevin e l’amico si recano in questo stato durante la guerra civile alla ricerca del fratello di Richard, che sembrerebbe essere coinvolto in affari di narcotraffico. Qui Kevin incontra il vero dolore, il dolore di una nazione piegata in ginocchio dalla guerra, e lo tocca con mano, trovandosi a seppellire una bambina uccisa negli innocenti anni dell’infanzia, trovandosi coinvolto in sparatorie e guerriglie, e tutto per il legame profondo di amicizia che lo stringe a Richard. Questo viaggio cambierà profondamente Kevin, fino a trasformarlo nel padre assente, fedifrago e alcolista che sarà anni dopo, ma che gli permetterà di essere un pittore angosciato, un po’ bohémien, rinchiuso in se stesso e completamente immerso nella propria arte.
Tutta questa sofferenza però non rimane incapsulata totalmente dentro Kevin, ma viene anzi trasmessa attraverso colpi di pennello su una tela, grande tre metri e cinquanta per sei metri e quarantasette, riempita di sfumature di blu diverso, colore pieno di angoscia che il nostro artista non è mai riuscito a utilizzare nei suoi lavori, ma che arrivato a cinquantasei anni sente il dovere di riversare a getto su qualcosa.
Tutto questo insieme è reso molto scorrevole dalla brevità dei capitoli e dal linguaggio usato dalla scrittura che è diretto, rapido e tagliente.
Quello che però non vi abbiamo detto è che il segreto rinchiuso nella tela di Kevin non è nessuno di quelli di cui abbiamo parlato e per scoprirlo non vi resta che leggere il libro.

TRE PAROLE CHE RIMANGONO
Colori: I colori in questo libro sono parte integrante della narrazione, vengono menzionati in moltissimi momenti, con particolare attenzione nei tratti descrittivi di paesaggi o scenari. L’autore ci stuzzica con continui accenni alla pittura e al disegno, utilizzando anche tecnicismi che non appesantiscono però il contenuto, creando al contrario una sorta di cornice per tutto il racconto. Pensando ai quadri di Rothko, è immediata la sensazione emotiva che viene trasmessa solo grazie all’utilizzo del colore, e in questo libro, sebbene in forma ridotta, ritroviamo quel solletico emotivo che ci viene fatto attraverso l’utilizzo di nomi tecnici dei colori.

Segreti: Come riportato più sopra, i segreti in questo libro si accostano ai personaggi reali della storia come se fossero dei veri e propri protagonisti, che tengono il lettore incollato alle pagine nella costante ricerca ardente della verità nascosta da Kevin e dal suo quadro. Ahimè, questi segreti però spesso portano problemi sia con noi stessi che con gli altri e il nostro pittore questo lo sa molto bene, e continua a pagarne ogni giorno un ingente prezzo.

Sofferenza: La sofferenza di Kevin voglio vederla come la sofferenza degli umani, quella sofferenza che teniamo dentro per tanto tempo perché non riusciamo ad ammettere a noi stessi delle cose, che siano esse piccole come una formica o grandi come una megattera. E il nostro pittore in questo libro cerca diversi modi per farci fronte, come tutti noi ogni giorno troviamo un modo per alleviare quel piccolo dolore che non ci permette di essere felici al 100%. Ripensando al titolo del libro, credo che la scelta del blu come simbolo della sofferenza sia magistrale, che mi fa emergere nella mente le parole di Yves Klein, l’artista che creò un tipo di tonalità di blu mai esistita prima, l’International Klein blue, che viene definito come “Essenziale, potenziale, spaziale, incommensurabile, vitale, statico, dinamico, assoluto, pneumatico, puro, prestigioso, meraviglioso, esasperante, instabile, esatto, sensibile, immateriale.

NON CI RESTA CHE…
Un viaggio all’interno della sofferenza di un uomo che viene dipinta con innumerevoli sfumature di tutti i colori che costituiscono l’esperienza emotiva umana.

Questo articolo è stato reso possibile grazie al prezioso contributo della libreria “Le notti bianche” di Vigevano, che combatte ogni giorno per portare un po’ di cultura in questo mondo.