CULTURA PSICOLOGICA – MINDFULNESS: VIVERE IL PRESENTE E IMPARARE A 'LASCIARE ANDARE'


“Mindfulness è la consapevolezza che emerge se prestiamo attenzione in modo intenzionale,
nel momento presente e in modo non giudicante,
al dispiegarsi dell’esperienza momento per momento.”

 

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È così che viene definita la mindfulness da Jon Kabat-Zinn (2003, pp. 145-146), medico statunitense pioniere dell’applicazione terapeutica di questa pratica e fondatore del Center for Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society del Dipartimento di Medicina dell’Università del Massachusetts. Esistono attualmente in letteratura molteplici altre definizioni di mindfulness che portano il loro contributo all’espressione della complessità di questo costrutto, che vede le sue origini nella parola-concetto ‘sati’ (in lingua Pāli, parte intrinseca ed essenziale degli insegnamenti della tradizione buddhista). Questo concetto racchiude in sé una varietà di significati molto ampi e difficilmente sintetizzabili, tradotti nelle lingue occidentali come ‘consapevolezza’, ‘nuda attenzione’ e ‘presenza mentale’ (Mace, 2008). Le definizioni di Shauna Shapiro et al. (2006) e  Chris Mace (2008) pongono, ad esempio, l’accento sul carattere di immediatezza della mindfulness, derivante da un’essenza preconcettuale antecedente all’etichettamento delle esperienze da parte del pensiero, e sull’importanza della natura qualitativa del modo in cui si presta attenzione, riferendosi a qualità come l’imperturbabilità, la curiosità, l’accettazione e, sopra a tutte, la bontà e la compassione. Shapiro parla infatti di ‘consapevolezza del cuore’ o, secondo Kabat-Zinn (2012, p. 79) “heartfulness”, ritenendo che l’atteggiamento di amorevolezza sia inseparabile dalla presenza mentale.

Questi numerosi aspetti della mindfulness si possono riportare ad una modalità dell’essere o ad una attitudine naturale di presenza mentale e consapevolezza, che non necessita di essere acquisita, ma di essere risvegliata attraverso la pratica meditativa dello stare nel qui ed ora, momento dopo momento, del vivere presenti a sé stessi, del “trovarsi in armonia con la propria natura più profonda e lasciarla fluire liberamente all’esterno. Vuol dire risvegliarsi e vedere le cose come sono” (Kabat-Zinn, 1994, p.17).

È uno stato dell’essere che ha a che fare con il fermarsi, con il non-fare, con lo stare con ciò che c’è e con ciò che emerge dentro e fuori di noi, con il non-attaccarsi, il non-giudicare, con l’accettare e con il lasciare andare.

Vediamo il dott. Jon Kabat-Zinn parlare di mindfulness in questo breve video, estratto da un’intervista (si possono attivare i sottotitoli automatici in inglese):

Praticate da millenni all’interno della cultura asiatica, per lo sviluppo della consapevolezza e per la liberazione da opprimenti condizioni di sofferenza, le pratiche meditative di mindfulness e il loro enorme potenziale sono oggi ben riconosciute e valorizzate dalla comunità scientifica occidentale (Mace, 2008), dopo che esse sono state adattate come pratiche laiche ed inserite in ambito medico e di salute mentale a partire dagli anni ’70, con il lavoro su pazienti soggetti a dolore fisico cronico di Kabat-Zinn (1982).

Negli ultimi anni si è assistito ad un notevole incremento delle ricerche e dell’interesse, anche mediatico, nei confronti della mindfulness e delle aree cliniche in cui questa pratica viene applicata, a ragione della grande quantità di studi scientifici oggi disponibili che ne dimostrano i molteplici effetti benefici (Baer, 2010). Si è visto ad esempio che attraverso la pratica meditativa e l’assunzione di un atteggiamento mindful si attivano e modificano vari processi a livello cognitivo, neurobiologico, comportamentale e affettivo: la pratica può aumentare la flessibilità psicologica, ridurre la ruminazione mentale, promuovere la disidentificazione con i contenuti mentali ed emotivi (Baer, 2010; Didonna, 2008; Siegel, 2007; Wallin, 2007), attivare e incrementare lo spessore della corteccia prefrontale, migliorare il funzionamento del sistema immunitario (Davidson & Kabat-Zinn, 2004), ridurre la reattività, aumentare la regolazione e la sintonizzazione emotiva, promuovere lo sviluppo di sentimenti di compassione, imperturbabilità, tolleranza, interconnessione, e promuovere lo sviluppo di una base sicura internalizzata (Didonna, 2008; Kabat-Zinn, 1994; Siegel, 2007; Wallin, 2007).

Le aree cliniche in cui attualmente è utilizzata la mindfulness sono numerose e comprendono trattamenti di una vasta gamma di disturbi. Inoltre l’insegnamento delle pratiche mindfulness sono adattabili a tutte le fasce di età, si trovano infatti in letteratura esempi di applicazioni con bambini (Greco & Hayes, 2008), adolescenti, (Biegel et al., 2009) e anziani sopra ai 65 anni (Lantz et al., 1997; Smith, 2006), oltre che con la popolazione adulta sulla quale vi è attualmente il maggior numero di dati disponibili.
La mindfulness è ad esempio efficacemente utilizzata per prevenire le ricadute nei casi di depressione cronica (MBCT; Segal et al., 2002), e come base in un trattamento ad hoc del Disturbo Borderline di Personalità (DBT; Linehan, 1993). Essa è inserita nel programma di Witkiewitz et al. (2005) per la prevenzione dei Disturbi da Abuso di Sostanze, del Disturbo Bipolare (Williams et al., 2008), del Disturbo Post-Traumatico da Stress (Siegel, 2007), dei disturbi d’ansia, in particolare il Disturbo d’Ansia Generalizzato e il Disturbo da Attacco di Panico (Roemer & Orsillo, 2002), del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (Zylowska et al., 2006) e dei disturbi alimentari, quali il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Disorder; Kristeller & Hallet, 1999).

I principali trattamenti mindfulness-based ad oggi utilizzati in ambito clinico e non, sono il Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR; Kabat-Zinn, 1990), la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT; Segal et al., 2002), la Acceptante and Commitment Therapy (ACT; Hayes et al. 1999), la Dialectical Behavioral Therapy (DBT; Linean, 1993) e alcune forme di trattamenti psicodinamici ad orientamento relazionale (Amadei, 2013; Martin 1997; Safran & Muran, 2000; Wallin, 2007).

La pratica della mindfulness non è tuttavia così facile come può sembrare avvicinandosi a questo concetto solo da un punto di vista teorico. Essa richiede infatti impegno, costanza, intenzionalità e sospensione delle aspettative riguardo alla pratica stessa, accettazione delle emozioni negative e delle proprie resistenze.

La mindfulness si propone come una possibilità di sperimentare le esperienze e le fasi del ciclo vitale con una radicata consapevolezza di tutto ciò che le contraddistingue, e, se praticata con la giusta attitudine, intenzione ed attenzione (Shapiro et al, 2006), di sviluppare un senso di sé solido e centrato, seppure aperto all’esperienza, che può consolidarsi come risorsa e motore esistenziale.

Probabilmente qualcuno di voi ricorderà come, lo scorso Novembre, durante il seminario internazionale sulla regolazione emotiva con Edward Tronick organizzato dal CSCP, la dott.ssa Marylin Davilier, all’interno del suo intervento “Facciamo finta che ‘mi dai tu da mangiare’: un rewind evolutivo”, ha più volte riportato, commentando i video delle interazioni di gioco tra caregiver-bambino, come le qualità e le capacità di mindfulness del caregiver incidano sul tipo di comportamento adottato nell’interazione. Purtroppo nella traduzione si è perso qualcosa, ed è capitato che la componente della mindfulness venisse sovrapposta o scambiata con la componente della mentalizzazione, anche per via del fatto che, pur essendo due concetti fondamentalmente diversi, essi sono strettamente legati tra loro. La mentalizzazione implica una riflessione sugli stati mentali propri ed altrui (Fonagy e Target, 2001), mentre la mindfulness implica un’astensione dalla riflessione a favore di uno stare con gli stati mentali propri ed altrui; tuttavia, seppur distinte, esse sono due modalità di conoscenza e risposta all’esperienza complementari e intrecciate che si potenziano a vicenda (Wallin, 2007).

Di come mentalizzazione e mindfulness si integrano andando a comporre una doppia elica, ce ne parlerà il dott. David Wallin, all’interno del workshop internazionale organizzato dal CSCP “Dalla Collusione e dalla Collisione alla Collaborazione: Come i Pattern di Attaccamento del Terapeuta modellano la Terapia”, che si terrà il 25 e 26 Giugno 2015 presso l’Auditorium U12 dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Seguite il link qui sopra per iscrivervi al workshop!

 Link utili per approfondire la mindfulness:

Center for Mindfulness, Boston, Massachusetts

Associazione tempomindfulness, Milano

Bibliografia

Amadei, G. (2013). Mindfulness. Essere consapevoli. Bologna: Il Mulino.

Baer, R. A (2010). Assessing Mindfulness and Acceptance Process in Clients. Oakland: New Harbinger Publications (tr. it. Come funziona la mindfulness. Teoria ricerca, strumenti. Milano: Raffaello Cortina, 2012).

Biegel, G. M., Brown, K. W., Shapiro, S. L. & Schubert, C. M. (2009). Mindfulness-Based Stress Reduction for the Treatment of Adolescent Psychiatric Outpatients: A Randomized Clinical Trial. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 77, 5, pp. 855–866.

Davidson, R. J. & Kabat-Zinn, J. (2004). Alterations in brain and immune function produced by mindfulness meditation. Psychosomatic Medicine, 65, pp. 564-570.

Didonna, F. (2008). Clinical Handbook of Mindfulness. New York: Springer (tr. it. Manuale clinico di mindfulness. Milano: Franco Angeli, 2012).

Fonagy, P. & Target, M. (2001). Attaccamento e funzione riflessiva. Milano: Raffaello Cortina, 2001.

Greco, L. A. & Hayes, S. C. (2008). Acceptance and Mindfulness Treatments for Children and Adolescents: A Practitioner’s Guide. Oakland, CA: New Harbinger Publications.

Hayes, S. C., Strosahl, K. D., Wilson, K. G. (1999). Acceptance and Commitment Therapy. New York: Guilford.

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